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mercoledì 21 gennaio 2015

Magiche esperienze dei lama tibetani


 La parola ha straordinario potere: con arcana musicalità evoca e suscita misteriose forze

Sachia – Sachia si gloria di una delle più antiche e grandi biblioteche del Tibet, ma così poco studiata che c’è voluto il mio coraggio per mettervi le mani. La polvere aveva nascosto i volumi; come non mi sia ammalato a viverci per giorni interi non so neppure io; i lama che dovevano aiutarmi, più prudenti di me, restavano sulla terrazza al sole a chiacchierare. Perch’io ficcassi il naso in quel mucchio di carte, ove nessuno di loro si sarebbe mai sognato di andare a frugare, non capivano.
Qualcuno dei più vecchi e dei più ortodossi non vedeva di buon occhio questa violazione. I libri non importa leggerli: sono custodi del verbo divino, epperò cose sacre; bisogna lasciarli stare dove sono, né disturbare i loro sonni tranquilli. Nessuno sa mai quali forze perniciose se ne possano sprigionare. Mentre essi così ragionavano io trovavo settemila pagine di libri indiani che si credevano fatalmente perduti e dodici lettere degli imperatori mongoli ai loro vassalli tibetani.
Nell’anniversario del giorno in cui un grande abate Sachia diede a Kubilai Khan il battesimo esoterico di Demciòg, questo stesso battesimo veniva dal suo discendente a me impartito. Mancava la pompa, non c’era lo sfarzo della corte del gran re mongolo. Eravamo nella cappella privata del tardo e povero discendente del potentissimo abate. Ma l’iniziazione era la stessa e lo stesso il rito. Dopo che in India mi avevano coronato nella maggiore assemblea degli eruditi ortodossi come “oceano delle scritture esoteriche”, era doveroso che nel paese dell’esoterismo aggiungessi alle altre mie esperienze questa nuovissima. Altre iniziazioni m’avevano dato nei miei viaggi altre volte, ma mai una così alta e complicata. Potevo ora vivere io stesso il dramma liturgico, esserne spettatore e partecipe, vedere come il simbolo della cerimonia si tramuti in esperienza, studiare in me stesso le reazioni spirituali a queste secrete rivelazioni.
Suggestione di un rito segreto
Avevo già assistito nei miei precedenti viaggi alle pratiche del Tummo e veduto come un uomo senza vestimenta ed esposto a temperature glaciali possa sviluppare in se medesimo un calore spontaneo ed anormale che vinca il freddo, avevo osservato strabilianti trasmissioni del pensiero, verificato casi sorprendenti di guarigioni operate con incantesimo. Girando intorno al lago Manosarovar avevo incontrato certi lama itineranti che assorti in meditazione, e con continuato dominio del proprio respiro, percorrono senza mai fermarsi enormi distanze a passo di corsa, vanno veloci senza guardare e senza vedere, mormorando formule sacre come sospinti da una forza arcana che li trasformi in macchine. Ho veduto nei miei viaggi molte cose che possono sembrare miracolose, ma un rito così secreto m’era ancora ignoto.
Sebbene ne avessi letto e meditato i manuali, il valore psicologico mi sfuggiva. Non riuscivo a figurarmi i vari momenti del dramma complicato né ad intendere la loro significazione simbolica. Primo io ed intorno a me monaci iniziandi nello stesso mistero; il gran lama officiava secondo le regole, da padre in figlio giunte fino a lui dal suo grande avo: il quale a sua volta le aveva apprese da maestri indiani che se le erano tramandate nella stessa guisa. Così nasce il presentimento del divino: nessuno può vantarsi di aver immaginato questi riti o sognato questi secreti: formule e simboli si impongono col mistero della loro origine, rivelazioni arcane di altri mondi e di altri piani. La stessa trasmissione traverso i secoli, senza libri, da maestro a discepolo ha in sé qualche cosa di miracoloso: ma qui è la sua potenza. Ogni concetto fissato nelle scritture è definito, circoscritto, in un certo senso morto; la parola scambiata fra persone vivifica l’insegnamento e per suo mezzo il discepolo è giorno per giorno formato, condotto sapientemente dalle tenebre alla luce, sorretto nelle sue debolezze e nel suo spirito trapassa la sapienza che redime. Non il cervello il maestro vuol coltivare, ma piuttosto l’anima plasmare, sicché le si palesi la rivelazione che transumana.
La cerimonia dura tre giorni dalla mattina al tardo pomeriggio. I singoli momenti del dramma liturgico si succedono l’uno all’altro con pause segnate dalla recitazione di formule. Per suggellare l’unificazione col primo principio delle cose che è coscienza lucente e dalla quale per successiva colorazione emanano i cinque raggi che si palesano al miste come i cinque buddha supremi, viene imposta alla fine sulla testa dell’iniziando la tiara a cinque punte. Le mani stringono a sinistra la campana e a destra il diamante, l’una e l’altro tenuti e agitati con gesti appropriati che esprimono, nel silenzioso linguaggio delle dita, le arcane connessioni fra piani umani e divini.
Una strana liturgia
Poco alla volta, traverso il rito attentamente seguito ed inteso nei suoi particolari, dovrebbe avvenire nell’anima una mutazione in virtù della quale le cose si veggano sotto un altro punto di vista. Perciò quando la cerimonia è terminata il battezzato assume un nuovo nome per significare che l’altra persona in lui è morta. La vita e la morte non sono del corpo, ma dello spirito, sicché quando questo così si trasfiguri da annullare le sue esperienze passate, trapassa a uno stato nuovo che quello precedente supera e nega: ogni rinnovamento è una morte.
In questa liturgia l’iniziando sale per successivi gradi ad una visione sempre più lucente dell’assoluta fatale vuotezza di tutte le cose, vuotezza perché nulla esiste che abbia sostanza sua propria, non sia condizionato e non tramuti. Fluisce intorno a noi con le sue parvenze contraddittorie la vita, gioco capriccioso della libertà cosmica la quale crea quel sogno d’un’ombra che è il mondo, che tu non puoi superare se non immergendoti in quella luce che col suo lampeggiamento fuga le nebbie dell’illusione e ti riassorbe e ti scioglie nel suo impersonale fulgore. E ciò tu potrai non solo sperimentando in te questa verità, ma amando con partecipazione attiva le creature che, meno sagge di te, prendono per reale quello che è sogno, tormentano invano sé ed altrui, e stimolano con i propri errori e dolori l’ebbra danza della libertà cosmica che è morte perché tutto ciò che diviene muore e la morte t’accompagna dal momento stesso che tu nasci. Non c’è bisogno che tu rinunci per questo alla vita e vada in cima alle montagne e ti nasconda nel deserto. Le cose per te non esistono più dal momento che tu le hai conosciute nel loro vero essere. La conoscenza mistica è fuoco che brucia, sicché tu agendo quasi vedrai le tue azioni come se fosse un altro a compierle ed il loro svolgersi ti parrà estraneo e lontano. Tutto questo voleva dire il dramma liturgico al quale partecipavo. Il fumo del sandalo abbruciato avvolgendoci in una nebbia acre e spessa a poco a poco nascondeva le cose sicché la realtà intorno pareva trasfigurarsi e vanire. Le parole del gran lama officiante giungevano come di lontano suadenti e piene di dolcezza, molto spesso tuttavia incomprensibili.
Murato da ventisette anni
In queste cerimonie la parola conserva ancora il suo valore magico: evoca e suscita forze con la virtù della sua arcana musicalità; suono e non idea, incantesimo e non preghiera, non comunica un pensiero né trasmette un ordine, ma s’accorda sapiente con la sinfonia dell’universo sicché questo al suo invito ubbidisca.
Alcune iniziazioni più secrete si trasmettono in un modo più difficile e maraviglioso, senza spiegazione diretta, ma per trasmissione di pensiero. Il maestro e il discepolo seggono vicini in meditazione raccolti e bisogna che essi siano in così perfetta sintonia che a poco a poco le idee e gli insegnamenti dell’uno giungano all’altro senza che una sola parola venga proferita; per gradi la distanza viene aumentata sicché lo spazio non sia più un ostacolo a questa silenziosa comunicazione. Io non ho ancora assistito a nessuna di queste secretissime iniziazioni, ma i miei lama me ne hanno a lungo parlato e mi hanno assicurato che sono ancora in uso presso gli anacoreti i quali conservano con grande cura e purezza i più remoti insegnamenti dell’esoterismo indiano. Vivono lontani dai centri abitati, in luoghi ove la meditazione sia secondata non solo dal silenzio, ma dalla maestosa grandezza del posto rupi poderose scagliate come saette verso il cielo di turchese e a valle l’aurata distesa del deserto che le montagne serrano ai lati, e all’orizzonte pare si confonda con l’infinito.
Siamo saliti a vederne uno che da ventisette anni è murato in una cella, comunica col mondo traverso una piccola finestra tagliata sulla parete. Sospesa al muro con un grosso canapo è una lastra di pietra, sulla quale battendo con un sasso il visitatore annuncia la sua presenza. Le parole di questo asceta, che non appartiene più al nostro mondo, scendono in fondo all’anima con una suadente dolcezza.
È un uomo sulla cinquantina, dallo sguardo acceso e dalla parola facile. Questo suo isolarsi dal mondo non serve a se medesimo, egli ci spiega: la sublimazione dello spirito che nasce dalla continuata disciplina non avrebbe nessun valore se altri non ne avvantaggiasse. “Ma tu non predichi”, gli dico, “stai chiuso quassù nel cuore della montagna e non sai quanto dolore c’è intorno”. “Se non lo sapessi”, risponde, “non farei questa vita; quando tu accendi un gran fuoco nella notte, la tenebra per lungo tratto si squarcia e chi era smarrito trova la strada. Tu che vieni tanto di lontano, non hai sentito il bisogno di salire anche tu questi sassi per venire da me? E se non fosse per questo poco di bene che è in alcuni, il mondo a quest’ora più non esisterebbe, poiché il male è morte anche se spesso si manifesti come prepotente e voluttuoso desiderio di vivere”.
Egli ci parlò per molte ore affacciato a quel finestrino del suo romitorio traverso il quale la gente del villaggio gli porta da mangiare e da bere. Nobilissime le cose che diceva: profonde e nuove le sue idee, sicché ancora una volta sentimmo come sia vano giudicare la cultura di un popolo dalle sue apparenze esteriori. I Tibetani rispetto a noi sembrano essere restati nel medioevo, ignorano il prodigio della macchina e le ben congegnate costruzioni della scienza, né conoscono l’agonia eroica della lotta. La serenità che noi invano cerchiamo essi trovano nella contemplazione. Nell’azione l’uomo si diversifica, perché gli scopi dell’operare sono diversissimi e contrastanti. Siccome ciò che si raggiunge non corrisponde mai al proposito e il volere passa da un desiderio a nuovi concepimenti, l’insoddisfazione segue come ombra l’azione; la quale insoddisfazione si fa tacere con rinnovata sete d’opere, e così per sempre. Nel contemplare invece ch’è cammino a ritroso compiuto dal di fuori al di dentro ed è così difficile che pochi riescono ad andare fino in fondo, se perseveri, tu arrivi ad un punto oltre il quale non si può più andare. Sicché tu trovi pace con te stesso e senti d’aver raggiunto un’esperienza che tanti altri hanno avuto prima di te e nella stessa maniera, sicché ti pare di aver finalmente scoperto, in questo fluire di forme e di cose che è il tempo e la vita, qualche cosa d’eterno.
La presenza di questo eremita ha reso il luogo famoso. Nel Tibet è noto e celebrato ogni posto che la religione santifichi. I pellegrini vengono da lontano non camminando, ma genuflettendosi. Portano le mani congiunte all’altezza del cuore, della bocca e della testa, in corrispondenza con i tre mistici centri del corpo e poi si prostrano supini per terra, toccando con la fronte il suolo, si rialzano quindi partendo da dove la fronte ha segnato l’impronta sulla sabbia e così di nuovo fino alla meta. Ne abbiamo incontrato uno che in tal guisa veniva dalla Cina ed era in cammino da quasi due anni.
Vivere per essi non ha altro scopo che mortificare la carne e domare il corpo. Così il presente cede al futuro e il mondo dilegua e vanisce come sogno. Il cielo vince la terra ma il tempo passa senza storia.
Giuseppe Tucci
 

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